ELIO DE CAPITANI
MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE

ELIO DE CAPITANI<br>MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE
Informazioni

di Arthur Miller Morte di un commesso viaggiatore
di Arthur Miller
traduzione di Masolino d’Amico
regia Elio De Capitani
scene e costumi Carlo Sala
luci Michele Ceglia
suono Giuseppe Marzoli
con Elio De Capitani, Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Federico Vanni, Andrea Germani, Gabriele Calindri, Alice Redini, Vincenzo Zampa, Marta Pizzigallo
produzione Teatro dell’Elfo

Informazioni

Decine di migliaia di spettatori, applausi e commenti appassionati-della critica, come degli spettatori-hanno accolto questo spettacolo, firmato da Elio De Capitani, che presenta molte le coincidenze tra il momento storico attuale e i temi affrontati dal testo di Miller: il mutuo da pagare, la disperazione di chi si uccide perché non ha più i mezzi per sopravvivere o perché ha fallito nella scalata sociale. Un successo che ha radici profonde e che vede al centro della scena espressionista di Carlo Sala una compagnia di attori in stato di grazia, fra i quali Elio De Capitani (Premio Hystrio 2014, Premio Flaiano 2014 e Premio Associazione Nazionale Critici 2014!), che affronta strepitosamente quello che è stato un cavallo di battaglia di grandi come Stoppa, Buazzelli, Salerno, Orsini.

Un classico del Novecento
“Costruito inizialmente sul ricordo di mio zio-spiegava Arthur Miller-il personaggio di Willy Loman, il protagonista di Morte di un commesso viaggiatore, s’impadronì velocemente della mia immaginazione e divenne qualcosa che non era mai esistito prima: un commesso viaggiatore con i piedi sui gradini della metropolitana e la testa nelle stelle». Un’immagine che racconta la grandezza di questo personaggio, figura tragica di uomo comune nel quale potrebbe riconoscersi chiunque, nell’America del dopoguerra come oggi. Un’universalità che ha portato questo testo, andato in scena per la prima volta nel febbraio del 1949 a New York per la regia di Elia Kazan, a ottenere il più clamoroso successo teatrale di quegli anni, negli Stati Uniti come in molti altri paesi.

Un classico del Novecento attraverso il quale Miller racconta gli ultimi due giorni di vita di un commesso viaggiatore, prima del suo suicidio, riuscendo a mettere in luce, oltre alla precarietà della sua condizione socio-economica-che oggi appare ancora di grande attualità-il dramma di un fallimento esistenziale. Brillante venditore dalla lingua sciolta, che ha fondato la sua vita sulla rincorsa del successo personale e professionale e sull’aspirazione alla “popolarità” per sé e per i propri figli, Loman si ritrova escluso dal “sogno americano”: a 63 anni non riesce più a piazzare la merce, non regge più la fatica dei lunghi viaggi attraverso l’America (che un tempo avevano per lui il sapore dell’avventura e della conquista). Soprattutto non riesce più a illudersi e illudere, vede sgretolarsi il castello di grandi sogni e piccole bugie che ha faticosamente costruito: “Ormai è ridicolo, fuori moda, ma è così”, ammette la moglie Linda che da una vita lo sostiene. Nei figli Biff e Happy ha alimentato le stesse illusioni, proiettando su di loro aspettative e fallimenti, fino a minarne l’equilibrio e la felicità: “Ecco il prodigio, il prodigio di questo paese… che un ragazzo possa finire coperto di diamanti anche solo grazie alla sua popolarità, al suo sorriso!”.

Ormai incapace di stare nella realtà-con i piedi ben piantati “sui gradini della metropolitana”-Willy non distingue più tra presente e passato, sogni e ricordi, tra quanto si agita nella sua testa (il titolo avrebbe dovuto essere proprio The inside of his head) e la vita vera. Per mettere in scena questo groviglio di emozioni, Arthur Miller sceglie una via totalmente innovativa: tutto quello che “accade” nella mente di Willy, viene messo concretamente in scena, senza distinzioni tra flash-back, ricordi o visioni future.

Rassegna stampa
L’energia naturalistica in un testo che naturalistico è fino a un certo punto, in De Capitani è sempre luminosa: non per nulla nelle ultime scene il senso di strazio si percepisce con una chiarezza priva di sfumature consolatorie. Il commesso di Arthur Miller crede di essere diverso da tutti gli altri. Il figlio di non essere niente. Cristina Crippa, la moglie Linda, è qui alla sua prova più intensa. Ricordo anche gli eccellenti Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Massimo Brizzi, Andrea Germani, Gabriele Calindri e, va da sé la sofferta, tutt’altro che istrionica prova di De Capitani come Loman.
Franco Cordelli, Corriere della Sera

Costruito cinematograficamente come un flash back in un continuo andare e venire fra passato e presente, Morte di un commesso viaggiatore è un vertice di quella drammaturgia milleriana, in cui fatti di gente comune si trasformano in coscienza collettiva. Su tutto questo, la regia di Elio De Capitani con passione e intelligenza ha costruito uno spettacolo importante in cui si mescolano armoniosamente il piano del presente a quello del passato, in un andare e venire fra realtà e sogno, che la scena espressionista di Carlo Sala divisa in diversi luoghi deputati-la casa, il giardino, un bar, un ufficio, un albergo -, a volte compresenti, evidenzia per dare vita allo spazio della realtà e a quello del ricordo dove si svolge questa saga di borghesi piccoli piccoli.

Notevole la prova della numerosa compagnia, un atto di coraggio in questi tempi teatrali così difficili, con una recitazione sul filo di un vissuto tutto interiore. Elio De Capitani è un Willy Loman commovente, bravissimo nel tenere il suo personaggio su di una corda tesa molto profonda e umanissima, Cristina Crippa trasmette assonanze inaspettate alla sua Linda e non si lascia sfuggire il suo doloroso finale.

Maria Grazia Gregori, L’Unità