FRANCO BRANCIAROLI
ENRICO IV

FRANCO BRANCIAROLI<br>ENRICO IV
Informazioni

di Luigi Pirandello CTB Teatro Stabile di Brescia – Teatro de Gli Incamminati
Franco Branciaroli in
ENRICO IV
di Luigi Pirandello
scene e costumi Margherita Palli – luci Gigi Saccomandi
regia di Franco Branciaroli

Personaggi e interpreti

Enrico IV: Franco Branciaroli
La Marchesa Matilde Spina: Melania Giglio
Sua figlia Frida: Valentina Violo
Il giovane Marchese Carlo di Nolli: Tommaso Cardarelli
Il Barone Tito Belcredi: Giorgio Lanza
Il Dottor Dionisio Genoni: Antonio Zanoletti
I quattro finti Consiglieri Segreti:
Landolfo (Lolo)   

Informazioni

“Enrico IV è come Amleto. Dagli americani è considerato il capolavoro di Pirandello. E siccome non ho mai interpretato l’autore siciliano in vita mia, ho deciso di iniziare da un testo mitico”. Franco Branciaroli non conosce le mezze misure, non fanno proprio parte del suo temperamento di mattatore. D’altronde il protagonista di Enrico IV è un istrione proprio come lui. “È un ruolo che caratterialmente mi è congeniale, dovrebbe venirmi bene…”.

Dopo i recenti successi ottenuti con Servo di scena, Il Teatrante e Don Chisciotte, Franco Branciaroli continua la sua indagine sui grandi personaggi del teatro portando sulla scena l’Enrico IV, dramma in tre atti di Luigi Pirandello, scritto nel 1921 e rappresentato per la prima volta il 24 febbraio 1922 al Teatro Manzoni di Milano. Considerato il capolavoro teatrale di Pirandello insieme a Sei personaggi in cerca di autore, Enrico IV è uno studio sul significato della pazzia e sul tema caro all’autore del rapporto, complesso e alla fine inestricabile, tra personaggio e uomo, finzione e verità.

NOTE
In una lettera che Pirandello scrive a Ruggero Ruggeri-uno degli attori più noti dell’epoca-il drammaturgo agrigentino dopo avergli raccontato la trama, conclude dicendogli che vede in lui il solo attore in grado d’interpretare e dare corpo e anima al ruolo del titolo. Scrive infatti: “Circa vent’anni addietro, alcuni giovani signori e signore dell’aristocrazia pensarono di fare per loro diletto, in tempo di carnevale, una “cavalcata in costume” in una villa patrizia: ciascuno di quei signori s’era scelto un personaggio storico, re o principe, da figurare con la sua dama accanto, regina o principessa, sul cavallo bardato secondo i costumi dell’epoca. Uno di questi signori s’era scelto il personaggio di Enrico IV; e per rappresentarlo il meglio possibile, s’era dato la pena e il tormento d’uno studio intensissimo, minuzioso e preciso, che lo aveva per circa un mese ossessionato. (…) Senza falsa modestia, l’argomento mi pare degno di Lei e della potenza della Sua arte.”
Il personaggio di Enrico IV, del quale magistralmente non ci viene mai svelato il vero nome, quasi a fissarlo nella sua identità fittizia, è descritto minuziosamente da Pirandello. Enrico è vittima non solo della follia, prima vera poi cosciente, ma dell’impossibilità di adeguarsi ad una realtà che non gli si confà più, stritolato nel modo di intendere la vita di chi gli sta intorno e sceglie quindi di ‘interpretare’ ruolo fisso del pazzo.

LA RECENSIONE
La realtà e la finzione. La ragione e la follia. Il sarcasmo e l’intima tragedia. È uno spettacolo davvero bifronte l’Enrico IV di Pirandello che Franco Branciaroli dirige e interpreta.Con quella prima parte tutta fatta di esasperazioni tonali, caricature, falsetti, incongrue apparizioni, e la seconda pensosa, lividamente illuminante, pare di assistere a due rappresentazioni diverse. Probabilmente questo scarto è necessario per accentuare l’acre presa di coscienza da cui è mosso l’istrionico protagonista (…)
A voler trovare un filo comune, si potrebbe dire che Branciaroli abbia puntato a sottolineare, più che gli aspetti astrattamente “filosofici” del testo, certi suoi tratti di sinistra fantocciata, certi eccessi di belletto e di posticci che dominano il primo tempo ma che restano sottilmente anche nel secondo, stridendo volutamente col suo taglio dolorosamente introspettivo. Per certi versi, sembra che la regia ponga in luce un che di oscuramente fantasmatico che pure è presente nel testo, un vago clima di paura che incombe sulla vicenda: la diversità, di qualunque tipo essa sia, non è mai innocua, comporta sempre una minaccia all’ordine costituito. A spiccare soprattutto è la caratterizzazione sopra le righe delle figure di contorno, i visitatori arrivati dall’esterno – su una specie di buffo carrello-veicolo ronconiano-a organizzare la grottesca messinscena che dovrebbe far rinsavire il protagonista, l’anonimo personaggio che vent’anni prima, durante una sfilata in costume, cadde da cavallo, batté la testa e restò a lungo imprigionato nella “maschera” di Enrico IV indossata quel giorno per scherzo: strappati all’originario contesto del primo Novecento, indossano abiti di oggi, incarnano vizi e debolezze della nostra società attuale. La marchesa Spina, la donna che egli amava, è sguaiata, forse ritoccata chirurgicamente, la figlia una squinzia in minigonna, Belcredi, l’uomo che ha provocato la sua caduta, un furbastro probabilmente corrotto. E lo psichiatra che dovrebbe curarlo si mette a cucire costumi, perché il costume, pirandellianamente, è il guscio delle identità che costui manipola per lavoro. Di fronte a questo presente devastato e devastante, non stupisce che il protagonista scelga di isolarsi in un finto passato che “non cangia”. Si rifugia nella pazzia simulata, come l’attore su una scena di teatro. Ma tutto questo è, appunto, una condizione di partenza, una sorta di premessa. Lo spettacolo vero comincia col lungo monologo finale del secondo atto, il monologo in cui lo pseudo-Enrico IV svela ai suoi cortigiani figuranti d’avere già da tempo riacquistato la propria sghemba lucidità, di continuare a vestire i panni dell’imperatore non per burla, ma per salvarsi da un’esistenza governata dai mediocri, per sottrarsi al peso delle “così dette opinioni correnti”. Lo spettacolo, anzi, è questo monologo, l’autentico punto d’arrivo dell’attore, l’approdo di una lunga militanza in palcoscenico. (…).

Renato Palazzi
Il Sole 24 Ore